lunes, 22 de junio de 2015

Non avrei dovuto farlo

Questo qua è il racconto con cui a marzo ho vinto il secondo premio al concorso "Relats de dones" che organizza il Comune di Tarragona. Il racconto originale, "No ho haria d'haver fet", è stato scritto in catalano. E sono molto fiera di me perchè era la prima volta che osavo presentare un mio racconto scritto in catalano ad un concorso. Non è molto politicamente corretto, ma così mi è venuto.



NON AVREI DOVUTO FARLO
Non avrei dovuto farlo, ma l’ho fatto. Tornavo dall’ennesimo colloquio di lavoro, sono uscita proprio contenta. Quel tizio di Risorse Umane sembrava simpatico e quando mi ha detto:
—Ti chiameremo.
Ho pensato che lo diceva sinceramente. Ma poi sono salita in macchina e, man mano che mi allontanavo dal parco industriale, mi sono resa conto che no, che quello lo diceva a tutti e, alla fine, non mi chiamerebbero. C’era qualche possibilità di trovare un lavoro per una donna quarantenne, separata, con due figlie piccole? Ero da due anni disoccupata e sembrava que ancora ci sarei qualche anno in più.
Quando sono uscita c’era una pioggia sottile e faceva un freddo cane. Così tanto che ho indossato guanti e cappotto e non li ho tolti nè in macchina, perchè il riscaldamento faceva tanto che si era guastato e non ero stata in grado di sistemarlo. Qualche minuto dopo, la pioggia diventò un nubifragio che sfidava i lavacristalli della mia macchina. Ho smesso di accellerare, perchè non conoscevo la strada. Allora mi è sorpassato un macchinone veloce come un razzo. Lasciava dietro una scia di goccine d’acqua che mi ha sporcato il parabrezza durante quattro va e vieni dei lavacristalli. L’ho perso di vista. Non si vedevano più veicoli per quella strada che faceva paura con tante curve, tutti sceglievano l’autostrada, troppo cara per me, ovvio.
Qualche curva più in là ho visto di nuovo il macchinone, fracassato contro l’argine. Che batticuore, mamma mia! Sono passata al suo fianco pian piano guardando e mi sono fermata. Sono scesa con il giubbotto di emergenza e il cellulare, sotto la pioggia, e mi sono avvicinata. Aveva il cofano schiacciato; il parabrezza, schiattato in mille pezzi ma non rotto, e l’air-bag c’era sgonfio sopra il volante. All’interno, solo una signora. Non si muoveva, non diceva niente. Aveva la testa appoggiata nel poggiatesta e gli occhi chiusi. Allora ho aperto la portiera e ho spento il motore. Prima di chiamare il cento dodici, ho controllato il suo polso, come fanno nei film, mettendo le dita sul suo collo. Non mi è sembrato sentire nessuna pulsazione, era morta, n’ero sicura. Nel cellulare ho digitato l’uno e l’uno... Allora ho notato che dall’orecchia le usciva un filo di sangue. Dall’orecchia. E dall’orecchia penzolava un orecchino d’oro e brillanti. O quello ha sembrato a me, perchè io, di gioielli, non capisco un granché. Io voleva digitare il due, ma i miei occhi non volevano smettere di guardare quel orecchino così bello. Ho respirato profondamente, ho guardato a destra e sinistra. Niente macchina. Solo il rumore della pioggia che cadeva sopra le foglie degli alberi cadute a terra e sopra la carrozzeria del macchinone. Ho messo il cellulare in tasca.
—Signora —ho detto e le ho sfiorato la spalla—. Signora, mi sente?
Niente. Mi sono guardata la mano con cui le avevo toccato la spalla. Portavo il guanto. Una sorta di shock elettrico mi ha percorso il corpo, da giù a su, e il mio cuore è cominciato a gallopare. Il mio cervello stimava quanto costarebbe quel orecchino. Ho guardato di nuovo a destra e sinistra. Avevo la bocca secca. E non l’ho più pensato, le ho tolto l’orecchino dalla orecchia sinistra e poi, palpando alla cieca, quello della destra. Li ho messi in tasca. Nella mano destra portava un anello con una pietra gigante. L’ho anche preso. E la fede. Nell’orologio c’era la scritta “Rolex” ed è diventato mio subito. Al collo portava una collana dorata e, non volendo muoverle la testa, ho cominciato a farlo girare pian piano, così che il fermaglio mi fosse accessibile. Ma, pur essendo stata molto cauta, di subito, la signora lascio scappare un sospiro e una specie di lamento. Ho avuto molta difficoltà a toglierle la maledetta collana, perchè mi tremolavano le dita e con i guanti non riuscivo. Lei si lamentava ma gli occhi non ce la faceva ad aprirli.
—Tranquilla, non fa niente —le ho detto.
Che stupida! Con le tasche piene di gioielli, ho chiuso la porta del macchinone. Ho ancora guardato a destra e sinistra e ho corso verso la mia macchina. Sono uscita da là più veloce della luce. Non ho nemmeno guardato nello specchietto retrovisore. Non avevo più freddo, anche se ero bagnatissima di pioggia. Se quella signora aveva quella macchina e portava quei gioielli, di sicuro ne avrebbe di più. Ho soltanto desiderato che qualcun altro passasse di là e le desse la mano che io non avevo potuto darle.
Invece di tornare a casa, sono andata nella città vicina. Ho cercato un negozio di quelli in cui puoi portare le tue cose e te le comprano senza chiederti una spiegazione.
Oggi sono ancora disoccupata. Ma quella signora ha sovvenzionato il nostro cibo per due mesi.

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